a Cambiago la "Loro Africa"
Qualche ora dopo il crollo del ponte di Epulu, a Cambiago si ritrovava la squadra Mambasa agosto 09.
I wasungu partono un po’ agitati…facciamo così, cambiamo questo pezzo, entriamo colà…e davanti a 120 persone circa le luci si spengono.
E’ la voce di Elena a raccontare la terra rossa, il cielo infinito, l’accoglienza dell’ambiente e dell’animo delle persone. Intercalandosi con foto e musiche la narrazione traccia una linea sulle tante realtà vissute in tre settimane sottolineando la purezza d’incontrare un mondo che vive di presente, la forza delle donne e la vivacità dei bambini, la cui attenzione e interesse per imparare il nuovo sono così elevati che per qualche istante “ho sognato di potergli insegnare tutto ciò che di più bello esiste”.Qui arriva Pierpaolo, che con tono ironico e scanzonato dipinge il quadro delle proprie aspettative: mentre credeva di trovare delle persone che volevano il suo aiuto s’imbatte subito con chi gli chiede denaro per giocare insieme a pallone. Lo shock è forte, essere il bianco ricco non è divertente. La conclusione però è importante: il calore ricevuto per aver dimostrato affetto e disponibilità non ha prezzo, e in questo senso Mambasa è davvero “un’isola felice”.
A Francesco e Raffaella spetta la fotografia della sanità, che presentano con un dialogo tra loro. La lista di ciò che manca alla struttura ospedaliera sarebbe infinita, l’impreparazione del personale è stata evidente in troppi casi, e certamente anche l’impossibilità di acquistare medicinali in modo costante acuisce la difficoltà di assistere gli ammalati. Il dottore conclude rivolgendo un appello ai suoi colleghi: un affiancamento anche breve ai medici locali non è vano. Collaborate!

L’intervento di Gianluca è il più accademico. Illustra alla platea le condizioni di povertà del Congo in contrasto con la ricchezza territoriale, l’importanza di collaborare con questo continente e le possibilità della cooperazione internazionale. Possibilità in cui si è mosso per valorizzare le risorse idriche di Mambasa formando dei collaboratori e costruendo dei pozzi di acqua salutare, che è la prima prevenzione contro tante malattie di cui in Africa quotidianamente si muore.
Cornelia si concentra sulla situazione scolastica. Avvalendosi degli aggiornamenti del blog descrive il diagio degli insegnanti sottopagati e la disattenzione delle autorità per cambiare le cose. La sua esperienza d’insegnamento a diretto contatto con gli alunni mambasiani l’ha colpita soprattutto per il sommo rispetto ed il comportamento educato dei ragazzi. Coloro che hanno seguito il suo corso d’inglese dividevano la giornata tra il lavoro ai campi e lo studio supplementare.
Quella di Diego e Chiara è un’intervista doppia sul tema della Missione. Entrambi rispondono alla stessa domanda una volta in modo serio, una volta in modo simpatico. Così si ripercorrono le tappe che hanno portato il Mupe a Mambasa, vengono presentati i personaggi che quotidianamente popolano la casa dei padri e le loro attività. Spiccano l’infinità generosità, la disponibilità verso i parrocchiani e l’amore che ogni giorno dimostrano a questa gente.
Conclude Ilaria, con l’episodio della posa del primo mattone della scuola di Badengayido che le permette di sottolineare come i missionari a Mambasa puntino tutto sull’educazione, perché il cambiamento abbia impulsi dagli africani stessi. Si sottolinea che condividere questo progetto è possibile per tutti i Cambiaghesi e noi, anche semplicemente continuando ad interessarsi su ciò che succede al di là dell’Ituri tramite il blog – ultima immagine dell’intervento ad incitare l’affiancamento ed il sostegno che si può dare ai padri.
Dopo un saluto finale di un emozionato Padre Nerio, cala il sipario della “LORO AFRICA” con un bellissimo video riassuntivo dei momenti descritti che termina ringraziando con affetto sincero Padre Silvano, per aver reso possibile l’incontro con l’Africa vera.
Resta sul palco il filo dove restano appesi i magnifici vestiti della sartoria dell’Istituto Bernardo Longo…li abbiamo voluti appendere ad indicare che un po’ di Africa l’abbiamo davvero portata a casa!
