mercoledì 9 settembre 2009

Ritorno a casa

Sono passati quasi tre mesi da quando accompagnai un gruppo di amici (Franco, Renato, Ilvo, Giuliano e Michele) che rientravano in Italia dopo quattro settimane di lavoro e di convivenza amichevole nella nostra comunità di Mambasa.

Questo soggiorno in Italia è passato molto in fretta, allietato dall’intimità con i familiari, la cordialità di tanti amici, la visita ai confratelli di diverse nostre comunità, l’incontro con qualche gruppo missionario o di giovani e l’interesse e il sostegno di tante persone che testimoniano grande attaccamento e spesso una vera passione per la nostra missione di Mambasa e Nduye. Qualche giorno prima del mio rientro, una bella serata in casa di Beppe Prosdocimi, assieme a Cornelia, Mario e Enrico. Tutti e tre reduci entusiasti di un indimenticabile bagno nella realtà, dura e bella, della nostra missione. E’ bella questa comunione e rinfranca veramente il cuore. Desidero esprimere un grazie grande a tutti quelli con i quali mi sono incontrato e dai quali ho ricevuto così tanto.

Il viaggio di ritorno è andato bene: Kampala, Kasindi, Beni; tutto senza intoppi. Lasciando la città di Beni osservavo con soddisfazione i lavori in corso per l’asfaltatura della strada Beni-Kisangani (750 km). I cinesi che hanno firmato un contratto per un primo troncone (56 km); hanno cominciato da poco. Ben presto, però, la soddisfazione si è tramutata in inquietudine e tristezza, quando, terminato il primo troncone, abbiamo cominciato a percorrere l’altro tratto di strada sterrata, rifatto a nuovo e riaperto al traffico solo un anno e mezzo fa. I bordi della strada sono già abbondantemente ricoperti da erbe rigogliose, la carreggiata è traversata da canali profondi causati dalle erosioni e grosse pozzanghere di acqua e melma occupano molti tratti pianeggianti. E’ veramente sconfortante e fa rabbia vedere come un lavoro così bello (e così costoso) sia vanificato così in fretta a causa della mancanza di senso di responsabilità e di una anche minima manutenzione. E’ proprio vero: l’aiuto dal di fuori è necessario, ma ciò che permetterà a questo paese di decollare sarà soltanto il cambiamento delle mentalità.

Arriviamo al ponte sull’Ituri, a 90 km da casa: il cuore mi si apre alla gioia, davanti allo spettacolo del nuovo ponte gettato sul fiume, al posto del tratto caduto in acqua quando si verificò l’incidente di due anni fa. La Monuc, alla quale sono affidati i lavori di rifacimento del ponte, sta lavorando a pieno ritmo: ci assicurano che il ponte sarà finito entro la fine del mese di settembre. Sarà vero? Veramente i pesanti pedaggi e le attese lunghissime per montare sul barcone (quest’oggi io ho aspettato cinque ore) saranno fra poco solo un lontano ricordo?

Alle ore19, eccoci alla missione, eccomi nella mia comunità: P. Silvano, P. Gauthier, le suore, e alcuni altri cristiani sono là ad aspettarmi. La cena la facciamo insieme, padri e suore, come ogni domenica sera, condividendo il cibo e la gioia di essere di nuovo tutti insieme.

Prima di andare a letto, ci ritroviamo Silvano ed io, nella nostra minuscola cappella, resa ancora più bella e più intima dalle cure amorose di Cornelia (Grazie, Cornelia). Diciamo insieme la preghiera di Compieta e poi passiamo un po’ di tempo davanti a Lui, a parlare della nostra comunità, dei nostri amici, del nostro lavoro, dei nostri programmi: mettiamo tutto nelle sue mani e questo ci mette il cuore in pace. Ho desiderato come non mai questo ritorno alla missione: domando al Signore di aiutarmi a fare un po’ di bene a questa nostra gente.

L’indomani, lunedì, P. Silvano si mette in strada per Beni: il container è arrivato ed è importante che il padre sia presente al momento in cui lo si svuota per mettere al sicuro il materiale che servirà per i lavori dell’ospedale. Buon viaggio e buon lavoro a P. Silvano.

P. Dino

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Bentornato a casa p. Dino!
La tua comunità e la tua gente ti stavano aspettando, ci sono tanti progetti in corso ed è importante la tua presenza.
La cappella e la Madonnina del tronco sono luoghi dove, per chi vuole, è possibile cogliere una nuova dimensione della vita, quella spirituale, dove è più facile pregare, più vicino il Mistero. Per questo, spontaneamente, ho sentito il desiderio di riordinare e rinnovare la cappella per renderla più adatta al raccoglimento, al silenzio.
Usiogope! Il lavoro da fare è tanto ma ci sono tanti amici pronti a “dare una mano a Mambasa”.
Cornelia

Anonimo ha detto...

Che strano vedere il ponte in uno stato attivo! Speriamo non venga presto distrutto a favore dei traffici sul fiume... intanto è bello vedere che in Congo c'è qualcuno che in poco tempo porta a termine un lavoro di costruzione! Forse il vedere i risultati e il miglioramento grazie al lavoro spingerà questa gente e cambiare attitudine nei confronti della fatica. Elena

Ilaria ha detto...

Menomale che La Monuc fa qualcosa!

E dal ponte alla lustrata cappellina riaffiorano gli ultimissimi indimenticabili momenti legati a Mambasa...
...buon rientro Padre Dino!